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Il gioco avventuroso

Il gioco avventuroso: perché lasciare i bambini liberi di osare li rende più felici (e meno ansiosi)

Immagina un bambino. È al parco. Vede un albero con rami bassi, perfetti per provare una arrampicata. I suoi occhi brillano di entusiasmo: 

“Pirati, all’arrembaggio!”

 Ma proprio mentre sta per aggrapparsi al primo ramo, ecco arrivare la mamma con lo sguardo di chi ha appena visto un coccodrillo alle sue spalle.

“Scendi subito da lì! Potresti cadere, farti male, romperti un braccio, battere la testa, andare all’ospedale e…”

Il resto della frase si perde nel vento, mentre il bambino, triste e sconfitto, torna a giocare con il sicurissimo (e noiosissimo) scivolo nel campetto che rispetta scrupolosamente tutte le norme sulla sicurezza.

Questa scena vi suona familiare? Probabilmente sì, perché siamo in un’epoca in cui i bambini vengono iperprotetti più della Gioconda al Louvre, con tanto di allarme sonoro al primo tentativo di arrampicata su un ramo! Ma siamo sicuri che tenerli sotto una campana di vetro sia davvero la scelta migliore per loro?

Secondo la scienza (quella vera, pubblicata su Nature, Nowogrodzki, 2025), il cosiddetto gioco avventuroso – quello che prevede di arrampicarsi, correre, saltare e prendersi qualche piccolo rischio – non solo è sicuro, ma è anche fondamentale per la crescita.

Giocare con il rischio: il segreto della sicurezza

Quando un bambino esplora l’ambiente e prova attività nuove e un po’ spericolate, impara una lezione preziosissima: capire i propri limiti.

Secondo uno studio citato da Nature (Nowogrodzki, 2025), i bambini che hanno più opportunità di gioco avventuroso sviluppano maggiore coordinazione, fiducia in sé stessi e capacità di risolvere i problemi. In pratica, imparano a cadere e rialzarsi, invece di diventare adulti paralizzati dalla paura di sbagliare.

Anzi, una ricerca condotta in Belgio ha dimostrato che bastano due ore a settimana di gioco avventuroso per migliorare la capacità di valutare i rischi nei bambini tra i 4 e i 6 anni. Giocare in modo libero e un po’ spericolato li trasforma in piccoli esperti nella gestione delle difficoltà.

L’iperprotezione: quando il troppo stroppia (e rende i bambini ansiosi)

E ora veniamo all’altro lato della medaglia: l’iperprotezione.

Se impediamo ai bambini di affrontare piccole sfide, li abituiamo a vivere in un mondo dove non esiste il rischio. Il problema? Il rischio esiste eccome, e se non imparano a gestirlo da piccoli, da grandi lo affronteranno con paura e insicurezza.

Uno studio dell’Università di Exeter (Dodds et al. 2023) ha evidenziato che i bambini che non giocano in modo avventuroso hanno maggiori probabilità di sviluppare ansia e depressione. Il motivo? Non avendo mai sperimentato la paura “controllata” di un salto da un muretto o di una corsa giù per un pendio, non sanno come gestire l’adrenalina e lo stress. Così, quando da grandi si troveranno davanti a un problema vero, andranno in tilt.

In altre parole, se da piccoli non imparano a cadere da un ramo basso, da grandi avranno paura persino di inviare una lettera al capoufficio!

“Più avventura per tutti!” (ma con criterio!)

Non fraintendeteci: nessuno sta suggerendo di mandare i bambini a lottare con gli orsi (anche se per qualche genitore iperprotettivo già una pozzanghera sembra un campo minato). Il segreto sta nel lasciare che i bambini affrontino rischi proporzionati alla loro età.

Gli studiosi consigliano ai genitori di osservare i bambini senza intervenire subito. Se vediamo un’espressione concentrata e determinata mentre cercano di scalare un muretto, lasciamoli provare! Se invece notiamo terrore puro nei loro occhi mentre si avventurano su un’altalena troppo alta, allora forse è meglio aiutarli a fare un passo indietro.

Come suggeriscono gli esperti, bisogna proteggere i bambini dai pericoli veri, ma senza privarli di esperienze preziose solo per il timore che possano cadere e farsi male. Se li cresciamo evitando ogni minimo rischio, finiremo per togliergli la possibilità di imparare a gestire da soli le difficoltà. Cerchiamo di capirci: tutti coloro che hanno 40 anni e oltre ricordano un’infanzia fatta di ginocchia perennemente e felicemente sbucciate, di alberi scalati, di capriole, salti, o del semplice andare e tornare a scuola da soli (ed è una leggenda metropolitana che oggi ci sia più criminalità di 40 anni fa!). E siamo tutti qua a raccontarlo. Siamo sopravvissuti! Perché stiamo impedendo queste esperienze ai nostri figli?

Conclusione: lasciamoli esplorare!

Quindi, cari genitori, la prossima volta che vedete il piccolo pirata del parco giochi pronto a scalare un ramo, fate un bel respiro profondo e lasciatelo fare. Certo, forse cadrà (e magari si sbuccerà un ginocchio), ma imparerà una lezione importantissima: la paura si affronta, il rischio si gestisce e la vita si vive con un pizzico di avventura. 

E se avete ancora qualche dubbio, fate un esperimento: provate voi stessi a tornare alla vostra infanzia e a fare qualcosa di un po’ avventuroso che 30-40 o 50 anni fa ogni genitore consentiva tranquillamente, tipo salire su un muretto o correre in una pozzanghera senza preoccuparvi delle scarpe. Potreste scoprire che quel “brivido divertente” che i bambini provano ancora vi appartiene.

Dopotutto, se vogliamo insegnare ai bambini a essere coraggiosi, dobbiamo essere i primi a ricordarci com’è fatto il coraggio.

Bibliografia:

Dodd, H. F., Nesbit, R. J., & FitzGibbon, L. (2023). Child’s play: Examining the association between time spent playing and child mental health. Child Psychiatry & Human Development, 54(6), 1678–1686. https://doi.org/10.1007/s10578-022-01363-2

Nowogrodzki, J. (2025). Why kids need to take more risks: science reveals the benefits of wild, free play, disponibile su: https://www.nature.com/articles/d41586-024-04215-2

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